Don Sebastiano Boccaccio parla della sua esperienza di cappellano del carcere di Noto - Rosolini 8 marzo 2026
ERO IN CARCERE E MI AVETE VISITATO. AL RITIRO SPIRITUALE DELLA MISERICORDIA, DON SEBASTIANO BOCCACCIO PARLA DELLA SUA ESPERIENZA DI CAPPELLANO DEL CARCERE DI NOTORosolini 8 marzo 2026
Si è parlato dell’opera di misericordia “Ero in carcere e mi avete visitato” oggi nel ritiro mensile delle consorelle e confratelli della Misericordia di Rosolini. A portare la sua esperienza e a offrire spunti di riflessione è stato don Sebastiano Boccaccio, parroco del SS. Crocifisso di Rosolini, da 14 anni cappellano al carcere di Noto.
Sebbene l’inizio del suo servizio pastorale all’interno dell’istituto di pena era stato vissuto con qualche tentennamento, in realtà è apparso chiaro fin da subito che in quel luogo, con quelle persone egli avrebbe avuto la possibilità di dare concretezza alla sua vocazione.
“Quando sono entrato in seminario, a 27 anni, mi ha colpito una pagina del Vangelo che poi è diventata la pagina della mia vita. Mi riferisco a Matteo capitolo 25, laddove si parla delle opere di Misericordie” ha confidato don Sebastiano. “All’epoca non capivo perché questa pagina in modo particolare mi avesse colpito. Poi ho compreso che il Signore mi aveva donato quella Parola come profezia per la mia vita. Mi ha chiamato e mi ha dato un progetto di vita”.
In un mondo dove sovrabbondano le parole, anche dentro la Chiesa, dobbiamo ritornare all’essenziale, alla sostanza delle opere, all’accoglienza del povero, del detenuto, dell’ammalato “perché Lui, Gesù, si identifica con queste persone”.
Don Sebastiano ha raccontato tante storie di detenuti e delle loro famiglie e di come essi sentono “il peso di un mondo che li giudica, di uno Stato che spesso li trascura e dove, a volte, la solitudine è così schiacciante da portare a compiere gesti estremi”.
Per meglio entrare nel senso profondo del “visitare i carcerati”, sono state consegnate ai volontari presenti alcune domande di riflessione: “Se l’opera di misericordia dell’accoglienza del detenuto dovesse diventare una cosa più profonda e più seria, cioè accogliere l’altro che ha sbagliato tra le nostre amicizie e nelle nostre relazioni, saremmo capaci di farlo? Noi che certamente siamo propensi, come buoni cristiani, a costruire parole sul bisogno dell’altro, saremmo davvero capaci di mettere le mani sulle piaghe di queste persone? Come Chiesa, saremmo davvero capaci di dare l’opportunità di liberazione a un uomo che magari ha commesso gravi reati nella sua vita? Perché il problema è che Gesù vuole che passiamo dal mondo delle parole ai fatti, perché sono queste le cose che un giorno faranno la differenza tra la salvezza e la dannazione”.
Don Sebastiano ha anche mostrato l’opera di misericordia da un’altra prospettiva: quella del ritorno alla libertà una volta scontata la propria pena. Questo momento è spesso vissuto con terrore; il “terrore della libertà, quando non c’è nessuno fuori ad aspettarli e, nell’abbandono, quante dipendenze letali riducono l’esistenza a niente”.
Sono seguite le riflessioni, le domande e le risonanze dei confratelli.
Culmine della mattinata è stata la celebrazione della Santa Messa nella cappella dell’Istituto.
Il pranzo comunitario è stato anche l’occasione per continuare a parlare del tema della giornata e di commentare l’esperienza vissuta.
Infine il governatore, Nino Savarino, nel giorno della festa della donna, ha donato a tutte le donne presenti una mimosa per ringraziarle del loro essere donne, madri, amiche, sorelle e per il genio femminile che tanto ha da insegnare ad un mondo dove ancora le donne sono maltrattate e vittime di violenza.